Bitcoin non è un tulipano! | La mala- stampa NON può più nuocergli

Verrebbe da chiedere, a chi crede, pietà a nostro Signore. Sì, perché anche durante la meritata pausa agostana per tutto o quasi il Paese, mentre tutti o ancora una volta quasi sono sotto l’ombrellone, di sentir parlare di certi paralleli davvero non se ne può più.

Sì, ancora una volta tulipani e Bitcoin, per un parallelo che ormai anche i meno svegli dovrebbero facilmente come una fesseria. E non perché sia un fesso chi scrive, ma perché quasi certamente lo è chi legge tali arditi (e ormai noiosi) paragoni e vi trova anche qualche forma di appagamento.

No, Bitcoin non è un bulbo di tulipano, anche se dovessimo guardarlo esclusivamente con le lenti della speculazione. Tant’è che al contrario dei tulipani e ancora vivo e vegeto su piattaforme sicure e che si occupano di investimenti finanziari come eTorovai qui per ottenere un conto virtuale e gratuito per testare i mercati con 100.000$ di prova – intermediario che offre centinaia di asset finanziari selezionati sui quali poter investire con i migliori strumenti.

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Ancora tulipani e Bitcoin: abbiate pietà di noi

Certo, è agosto e i giornali online bisogna pur riempirli, nonostante l’avvio del campionato e una campagna elettorale che entra nel vivo offrano diversi spunti. Ma Bitcoin è un palcoscenico così importante da far gola anche a grandi penne del giornalismo nostrano. Quel giornalismo nostrano che nonostante ci siano risorse libere e disponibili per tutti, gratuite e facili da consultare, si ostina a non voler capire cosa c’è di così importante in Bitcoin, del perché non può essere assimilato ad altre criptovalute né ai bulbi dei tulipani olandesi.

Un paragone che chi segue Bitcoin e il fuoco di fila che cercano di organizzare giornalisti affermati o meno affermati, avrà letto già decine se non centinaia di volte. Niente di nuovo, se non fosse che questa volta vengono addirittura scomodati Gramsci e un noto professore della Bocconi, il quale, andate pure a leggere l’intervista, finisce per non sposare la tesi precostituita del redattore.

In qualità di primo sito italiano per quanto riguarda il mondo di Bitcoin e delle criptovalute, e dato che la polemica agostana piace anche a noi, ci sentiamo in dovere di fissare qualche punto, nella speranza di chiudere per sempre, almeno per chi vuole ascoltare e capire, il parallelo tra tulipani e Bitcoin, che forse in comune hanno solo un’invidiabile bellezza.

Sì, la FOMO esiste

Ovvero la fear of missing out, la paura di perdere il treno. Esiste per qualunque tipo di asset, esiste in ogni tipo di ascesa incontenibile del valore di qualcosa, e non soltanto per i bulbi di tulipano del ‘600, oppure per Bitcoin, o se volete ancora per qualche altcoin di dubbia solidità. Dopo una corsa dirompente, una quantità enorme di gente inizia a pensare, all’unisono, che ci sia un treno da non perdere. Un ciclo che si autoalimenta fino a quando finiscono i denari che gli investitori retail possono mettere.

E qualcuno finisce, dopo il picco, con il cerino in mano. Nel caso dei tulipani il crack fu definitivo, nel senso che mai più si videro i prezzi raggiunti al massimo della FOMO. Chi è disposto a dire che Bitcoin non raggiungerà più i 69.000$ circa di massimo di qualche mese fa?

Un paragone vecchio, che circola almeno dal 2013

Capiamo che certe figure retoriche e certi paragoni possono essere affascinanti al punto tale da essere riproposti anche ad enorme distanza di tempo. Ma per quanto riguarda l’accostamento tra Bitcoin e tulipani, siamo ormai a 9 anni di distanza da quando Nout Wellink, che era stato già governatore della banca centrale olandese, paragonò le due cose. In altre parole è un paragone che ormai conoscono anche quelli che non sono particolarmente avvezzi a seguire la stampa che parla di Bitcoin.

Se avessimo dato ragione a Nout Wellink, nel 2013…

Basta guardare i grafici. Bitcoin visse un 2013 di estremo rialzo, chiudendo l’anno sopra i 700$. Se avessimo ascoltato l’inventore di questo paragone, ci saremmo persi la corsa che da 700$ lo ha portato a 69.000$ al picco (e dunque ad una crescita di ancora 100 volte) e comunque al valore di oggi che è di 35 volte più alto. Niente male per un paragone arguto che ancora affascina i giornalisti che poco hanno capito come funziona Bitcoin e perché continua ad attirare nuovi appassionati e anche investitori.

La storia del valore intrinseco non è applicabile alle valute

Che si tratti di dollaro USA, di Yen Giapponese, ma anche di Bitcoin. Una valuta vale quanti beni può comprare sul mercato. Il suo valore intrinseco è questo ed è determinato dal mercato ogni giorno, e nel caso di Bitcoin su un mercato molto liquido e al quale partecipano operatori grandi e piccoli. Chi ritiene che il suo valore intrinseco sia zero, può shortare Bitcoin su decine se non centinaia di exchange e di piattaforme. Per il resto è chiacchiericcio, che in quelle poche occasioni in cui c’è un crollo offre ai meno brillanti e ai più pieni di sé occasione di sfoggiare il loro ve l’avevo detto.

Se proprio si deve attaccare Bitcoin, che si trovino almeno paragoni più originali

Capiamo che a qualcuno Bitcoin non piaccia. Capiamo anche che parte del suo funzionamento sia relativamente complesso. Così come capiamo che per qualche click si è disposti a scrivere la qualunque.

È però imperdonabile che si ammorbino ancora i lettori con questo paragone, vecchio e stantio come abbiamo dimostrato, scomodando addirittura Gramsci. Che fortunatamente di Bitcoin non sapeva nulla e non ha avuto modo di esprimersi sul tema.

Anzi, riprendendo anche noi il fulcro dell’intervista, ovvero la seguente citazione di Antonio Gramsci:

“La storia insegna ma non ha scolari”

ci verrebbe da dire che è assolutamente vero. E dopo almeno 6.000 anni di storia registrata negli annali, nei racconti e nella storiografia di carattere leggermente più scientifica, è assurdo ignorare ancora quanto sia fondamentale per una società che vuole diventare o mantenersi prospera una valuta che abbia un sottostante concreto. Nel caso di Bitcoin, questo è il lavoro incluso nella Proof of Work. Nonostante qualche professore trasecoli per i consumi annessi, è un fatto con il quale fare i conti. E che speriamo diventi comune anche nelle migliori università del nostro paese, dove le porte girevoli non sempre offrono agli studenti l’avanguardia.

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